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Gesù Bambino, dove sei?


“Troverete un bambino avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia” (Lc 2,12)

Carissima Famiglia,
quelle fasce sono ancor oggi il simbolo del nascondimento di Dio, ma non solo. Sono anche il mistero nel quale è avvolta la vita di tanti bambini. Quante morti inspiegate, quante violenze silenti, quanto sfruttamento minorile.
Quanti i bimbi da far risorgere dalle bende, dalle ceneri della nostra sporcizia.

Vogliamo trovare questo Bambin Gesù?
Mettiamoci in marcia.
Per i pastori il viaggio è stato breve: dai loro bivacchi alla mangiatoia, per noi è molto più faticoso: troppe comodità e paure, troppi piedistalli, duri da smuovere.

Vogliamo entrare in questa mangiatoia?
Divieto d’accesso per chi si sente grande.
Penso alla cosiddetta “Porta dell’umiltà”, unica via d’ingresso per il grande Santuario della Natività presente a Betlemme da oltre 15 secoli (rimasta indenne nonostante le violenti incursioni succedutesi dal settimo secolo in poi, anche grazie al suo piccolo accesso).
Tale minuscola porta obbliga il pellegrino ad inchinarsi, a farsi piccolo per entrarvi.
“Se non diventeremo come bambini, se non ci rimpiccioliremo, non potremo mai entrare nella stretta Porta del Santuario del cielo: il Paradiso” (Matteo 18,3).


Porta Basilica della Natività
Alta solo un metro e mezzo.
E dopo esservi entrati?
Fermarsi a guardare, a bocca aperta, stupiti, abbagliati.
Il Natale è tempo di contemplazione, è tempo di ascoltare la voce degli occhi, non quella metallica delle nostre suonerie.
Mi suggeriva una giovane ragazza della comunità: donS, allo scoccare della mezzanotte, se invece di aprire frettolosamente i regali, o rispondere velocemente ai messaggini, provassimo a godere di quel momento, se ci tuffassimo negli occhi l’un dell’altro, se ci abbracciassimo con tutta l’anima …, come sarebbe bello.

Parlando a San Giuseppe cosi scriveva don Tonino Bello:
“Ed eccoli allineati questi elegantissimi mostriciattoli della vita breve, belli, ma senz’anima. Perfetti, ma senza identità. Lucidi, ma indistinti. Non parlano, perché non sono frutto d’amore. Non vibrano perché nelle loro vene non ci sono più fremiti.
Mentre tu, invece, Giuseppe, quante carezze con le palme delle mani, con i pennelli, con gli occhi. Si, anche con gli occhi, perché, ora che hai finito una culla sei tu che non ti stanchi di cullarla con lo sguardo.
Oggi, purtroppo, da noi non si carezza più. Si consuma solo. Anzi si concupisce. Le mani sono divenute artigli. Le braccia si sono ridotte a rostri che uncinano senza pietà. Gli occhi si sono fatti rapaci. Lo sguardo trasuda delirio”.
E’ proprio questa anemia di tempo che rende gelide le nostre opere, i nostri rapporti, i nostri cuori.

Carissima Famiglia,
se ci siamo messi in marcia, se siamo riusciti ad entrare, se ci siamo fermati a contemplarLo allora, anche se vecchi, ci sentiremo rinati dentro, allora avremo il coraggio di guardarLo e di guardarci senza abbassare lo sguardo, senza provare vergogna.


Auguri Bambini di Dio,
vs donS


“Signore non s’inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo,
non vado in cerca di cose grandi superiori alle mie forze,
io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come bimbo svezzato è l’anima mia”
(Salmo 131-130)


Scritta da Salvatore De Pascale
News del 18/12/2014
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